...Scandita non da sequenze di avventurosi colpi di scena, ma da fastidiosi quanto banali episodi che hanno costellato con assiduità quella che poteva essere una brillante carriera di pesca-sub...
(Beh! Quasi).
Il sottoscritto, oggi oltre i sessanta, ha pescato per anni con discreta soddisfazione, con i suoi oleopneumatici di fine anni ’80: un “70 cm”, sostanzialmente analogo agli attuali, ed un 90 con impugnatura mobile e caricamento progressivo, dalla tecnologia geniale, potente, precisissimo, ma molto, troppo... "geloso" dell’asta, vista la sua forte tendenza a "non mollarla", soprattutto di fronte a bersagli particolarmente interessanti.
Un prodotto tanto geniale quanto delicato e complesso, che utilizzava costose aste in inox "dedicate"
che avevano un accentuato assottigliamento per alcuni cm nel terzo superiore.
Chi ha avuto quel tipo di fucile sa di cosa parlo.
Non a caso dopo un piccolo "boom" iniziale, ebbe vita commerciale breve.
Non mi sembra qui il caso di recriminare sui fabbricanti: non tutte le ciambelle riescono col buco, soprattutto quelle troppo "elaborate".
Sta di fatto che, dopo aver lasciato sui fondali di Sardegna e Grecia causa inceppamento, oltre a vari pezzi pregevoli, anche altrettanti miei "fumetti" particolarmente coloriti (magari dopo aspetti tirati ai due minuti!), decisi di rottamare il 90 supertecno per passare a qualcosa di analoghe dimensioni, ma di maggiore affidabilità.
Fu così che mi comprai un arbalete da 90.
Mi sembrava fatta: l’arma era semplice e funzionale e quasi sempre riuscivo a caricarla fino alla seconda tacca.
Per quanto, tuttavia, il colpo partisse sempre, la trovavo però subito meno precisa del vecchio pneumatico
(che, quando concedeva libera uscita all’asta, questa colpiva!).
Provai a cambiare marca, lunghezza, elastici, cercando di far tesoro dei consigli di riviste del settore e di amici di pesca analogamente equipaggiati.
«Mira sotto!» - «Allinea bene il mirino!» - «Tieni il braccio teso!»... E così via.
Tutti consigli evidentemente validi, visto che loro non padellavano, ma altrettanto vani visto che io, invece, sì.
E troppo spesso. Evidentemente il difetto era nel “manico”, come si dice, e non potevo fare altro che prenderne atto e "sperare in un domani migliore".
I progressi però, nel tempo, erano minimi, anche dopo... ripetute visite oculistiche.
Per contro, dentro di me si faceva sempre più ingombrante il ricordo della mitica precisione dell' OLEO-PNEUMATICO
che con l'arpione, quando volevo testare la mira, mi infilava persino le triglie, e parallelamente andava sfumando
sempre più il ricordo delle prede perdute per i colpi rimasti in canna.
Tanto che ero di nuovo risoluto a riprendermi un "lungo" pneumatico...
Magari con il variatore di potenza... Magari uscendo sugli scogli a ricaricarlo... Magari, magari, magari...
Era un tormentone che cominciava ad introdursi persino nei sogni.
E sempre con un risveglio uguale ai precedenti: «Non c'è alternativa: devo imparare ad usare l’arbalete!».
Finchè un giorno del settembre 2006 svegliatomi per la solita pescata in Sardegna -
dove ero ospite presso amici di Palmadula, nel tirare il cordino della veneziana, questo aveva scarrucolato andando in tilt.
Salito sulla sedia per risolvere la faccenda, nell'esaminare il meccanismo di bloccaggio del cordino
ebbi "l' illuminazione", come si dice...
E dopo lunghi minuti di agitata riflessione - perché non potevo credere che la soluzione potesse
essere davvero così semplice – esclamavo: "FORSE EUREKA!"...
In quella pescata non presi manco una sardina, questa volta per mancanza di concentrazione (finalmente una scusa valida...).
Però dopo lunghi mesi di prove imprevedibilmente complicate, nella mia cantina attrezzata a semi-officina verificavo che, sfruttando l'effetto "morsa" di un paio di eccentrici, il problema annoso era davvero risolto, e per giunta in modo semplice, agile e di incredibile efficacia.
Al punto da farne un brevetto.